Ivan De Menis

Talvolta gli artisti riescono a esprimere con la loro ricerca quanto non è così evidente nella quotidianità. Ivan De Menis, nella vita uomo pacato, gentile, nell'arte si sottopone volutamente a degli stress, alla ricerca di contrasti, di situazioni relativamente estreme. Contrasti che non sono certo finalizzati al tentativo prepotente, quanto inutile, di épater le bourgeois, attraverso scelte provocatorie, urlate. Anzi. Le sue opere sono il frutto di un cammino, di una scelta ben chiara di natura linguistica, che sfocia in una dichiarazione di matrice etica in senso artistico e non solo.

Si pongono in una terra di mezzo, su una soglia tra pittura e scultura, sempre che abbia ancora senso determinare queste categorie, ma il momento iniziale è sempre pittorico. Si tratta di una faccenda epifanica, legata all'apparenza di una tridimensionalità accentuata. Contenuto e contenitore si identificano. è una specie di gioco, durante il quale l'artista toglie e mette la materia, per partecipare attivamente ai contrasti che si sviluppano. Supera il linguaggio pittorico, nella sua accezione tradizionale, bidimensionale, per giungere a un concetto più ampio, tridimensionale.

Questo per uscire da qualsivoglia dogmatismo, da posizioni nette, definite, prive di respiro. è interessato a una condizione di tipo dialettico, in cui si insinua il tarlo del dubbio. Non esiste un'opera uguale all'altra. Non c'è serialità. Ogni lavoro ha la sua storia, che racconta. I lavori sono antitetici a quelli realizzati con metodi industriali da certo Minimalismo. Ogni colore viene colato con un'operazione che potrebbe apparire frutto di casualità. Così non è. L'artista rimane sempre il regista del tutto, il direttore d'orchestra.

De Menis auspica un ordine che sottolinea l'incompletezza, l'imperfezione: la verità non esiste. Le sue opere in cui il colore, translucido, opaco, materico, liquido è protagonista, richiedono un tempo lungo di osservazione, in controtendenza con la velocità consumistica alla quale siamo abituatio, come le immagini su uno schermo.

De Menis è affascinato dall'acqua, che è nel suo DNA, lui che è cresciuto tra la provincia di Treviso, tra i fiumi Sile e Piave e Venezia, dove ha studiato. La sua è una ricerca in cui sono dei riferimenti di natura autobiografica, in cui l'attesa quotidiana al lavoro, attraverso il colore, la materia, in relazione allo spazio, sono esperienza esistenziale. Il tentativo di leggere oltre, di andare al di là dell'apparenza, la voglia di nitore sono bisogni di natura etica prima ancora che artistica. La nostra è una società liquida, così Zygmunt Bauman, in continuo mutamento, e opere di questo tipo si collocano perfettamente nel nostro tempo.

Ogni volta si giunge all'essenza. De Menis è interessato al senso volumetrico, alla lettura prospettica di ascendenza classica di quanto si viene a creare. Determinante è anche quanto si trova sul bordo, le colature, che svelano i diversi passaggi, raccontano i momenti come una sorta di diario pittorico, di viaggio nell'opera. L'artista vorrebbe fare ordine, rimettere a posto le cose, anche per sottolinearne l'incompletezza e aprire così un dialogo fra i vari elementi. La volontà non è quella di dare delle risposte, quanto piuttosto quella di proporre dei quesiti, di fare delle domande.

Le tavole, autonome tra loro, fanno, tuttavia, parte, così in ogni mostra, di un ampio progetto installativo: si aspira a una coralità, fatta di singoli elementi. De Menis ama ripetere i formati dando così vita a un'armonia di forme. L'azione della creazione dell'opera, pur non presentando trucchi di sorta, è un momento intimo, che l'artista desidera vivere in solitudine. Ogni lavoro è frutto di una sorta di rituale, che genera una sacralità laica, in cui artista e opera sono di volta in volta protagonisti di una silente quanto poetica cerimonia.



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